Luoghi di interesse storico - culturale
Le ''Baracche Caussa'': storia dimenticata di un quartiere
Descrizione
Di Santissima Trinità, quartiere oggi vivo e moderno, abbiamo dimenticato un importante pezzo di storia. A partire dal 1916, in un’area allora circondata da campi e da poche abitazioni, furono costruite complessivamente 22 baracche di legno, anguste e provvisorie, collocate tra i ruscelli Caussa e Caussetta, per accogliere i profughi in fuga dall’Altopiano dei Sette Comuni e dall’Alta Valle dell’Astico.
L’esodo fu una conseguenza diretta della Strafexpedition del maggio 1916, quando l’esercito austroungarico attaccò le linee italiane e, in pochi giorni, raggiunse Asiago occupando l’intera conca, giungendo fino a Velo d’Astico, risalendo poi il Priaforà. La popolazione dell’Altopiano fu costretta ad abbandonare le proprie case e a dirigersi verso la pianura, portando con sé quanto era possibile salvare, in condizioni di profonda disperazione. Una parte significativa di questi profughi giunse a Schio, dove l’Autorità militare avviò, tra la tarda estate e l’inizio dell’autunno del 1916, la costruzione di baracche destinate a fungere da primo e precario luogo di accoglienza, in attesa di un ritorno che, per molti, sarebbe stato reso impossibile dalla distruzione delle abitazioni d’origine. Furono circa 700 gli sfollati provenienti da Velo d’Astico, Arsiero e Posina, persone prive di un tetto e bisognose di sostentamento.
Inizialmente ne furono costruite 16: da una foto aerea di quello stesso anno si vedono chiaramente le baracche dalla n. 1 alla n. 8 lungo l’attuale via Cordenons, la n. 9 e un altro gruppo di sei baracche nella porzione meridionale dell’area interessata, all’angolo tra le future via Caussa e via Righi. Il loro numero venne incrementato nei primi mesi del 1920, in risposta alla necessità di alloggiare le famiglie che non potevano ancora rientrare nelle proprie abitazioni, distrutte dalla guerra. Ogni baracca, dotata di impianto di illuminazione elettrica, veniva fornita di un numero di letti in ferro e di sedie adeguato agli occupanti, oltre a un fornello da cucina, un attaccapanni, una credenza, un tavolo e un portacatino.
La scelta dell’area non fu casuale, ma dettata da precise considerazioni pratiche: si trovava al di fuori del centro abitato, a una distanza sufficiente da evitare problemi di sovraffollamento; era compresa tra due ruscelli che garantivano l’approvvigionamento idrico per le necessità quotidiane; ed era situata a breve distanza dalla linea ferroviaria che collegava Schio ad Arsiero e all’Altopiano, zone di provenienza dei profughi. Il treno era utilizzato per gli spostamenti degli sfollati e delle truppe che, in alcuni periodi, condivisero i baraccamenti con i civili. Tra queste, nel 1918, giunse anche una singolare formazione militare: la Legione Cecoslovacca, composta da prigionieri cechi e slovacchi desiderosi di conquistare l’indipendenza dall’Impero austroungarico.
Ben presto iniziarono ad arrivare al Sindaco numerose richieste da parte di cittadini che, pur non essendo profughi di guerra, vivevano in condizioni di estrema povertà, in locali fatiscenti e spesso pericolanti. Dopo mesi di risposte negative da parte della Direzione Lavori X^ Zona, si giunse infine alla costruzione di sei nuove baracche a uso abitativo, concesse a famiglie scledensi bisognose e prive di alloggio. Il quartiere assunse così la sua fisionomia definitiva. Nel giugno 1922 risultavano alloggiati nelle baracche 48 nuclei familiari, per un totale di 257 persone: 142 provenienti dal centro storico, 12 dalle zone periferiche, 21 da altri Comuni, 37 da aree interessate dagli eventi bellici e 45 rimpatriati dall’estero. La convivenza, in spazi angusti, di un numero così elevato di persone di origini diverse — ma accomunate dalla miseria, dalla fame e dalle difficoltà quotidiane, spesso prive di un’occupazione stabile e di prospettive — generò problemi e tensioni, dando luogo a reclami da parte dei proprietari dei terreni adiacenti.
Cedute dall’Amministrazione militare al Comune, nel 1924 le baracche vennero successivamente vendute ai proprietari dei terreni su cui sorgevano: dalla n. 1 alla n. 8 a Giovanni Ruaro, dalla n. 9 alla n. 22 ai fratelli Virgilio, Valentino, Pietro e Antonio Cerisara.
Con il secondo conflitto mondiale, le baracche furono destinate ad accogliere una nuova ondata di profughi. Dopo la firma dell’armistizio con gli angloamericani dell’8 settembre 1943, giunsero infatti sfollati provenienti dalle aree prossime al fronte meridionale. Il gruppo più numeroso arrivò nel dicembre 1943 da Suio, frazione di Castelforte (LT): cinquantasette persone, costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in seguito ai rastrellamenti tedeschi e impossibilitate a portare con sé alcun bene, furono caricate su camion fino a Roma, da dove proseguirono in treno verso Schio, affrontando in condizioni di estrema precarietà l’inverno del Nord, a loro sconosciuto. Dopo i primi caotici trasferimenti, le famiglie furono riunite in un unico edificio, individuato in una delle baracche di via Caussa. Gli sfollati lasciarono Schio il 1° giugno 1945, dopo aver contribuito all’erezione del capitello votivo dedicato alla Madonna del Rosario, tuttora esistente all’angolo tra via Caussa e via Volta, come segno di ringraziamento per la fine della guerra.
Le trasformazioni urbanistiche e i movimenti della popolazione del dopoguerra influirono profondamente sulle vicissitudini di questo singolare quartiere. L’apertura di una nuova via di collegamento verso Nord attraverso il ‘’brolo del Conte’’ - futura piazza Almerico da Schio - e l’espansione edilizia legata alla costruzione del nuovo Ospedale civile e del quartiere di SS. Trinità portarono al progressivo abbandono e smantellamento delle baracche. Della vita nel quartiere restano oggi alcune testimonianze di chi vi nacque e crebbe, in quella che, con amara ironia, gli abitanti chiamavano “la piccola Parigi”: un tentativo di attribuire un’aura sofisticata a un agglomerato di case povere, che resisteva alla prepotente avanzata dello sviluppo urbanistico.
Di quel quartiere oggi rimangono soltanto tre baracche: le n. 11 e 12 di via Caussa e la n. 6 di via Cordenons, la cui struttura è rimasta pressoché invariata rispetto a quando, oltre un secolo fa, fu costruita per offrire un tetto alle popolazioni in fuga dagli orrori della guerra.
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